LA VOCE DEI PRECARI

Associazione Istruzione Unita Scuola
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sabato 11 gennaio 2020

Crisi del lavoro e calo demografico: i gemelli diversi


La maggiore preoccupazione degli italiani è il lavoro.E,sebbene i dati sembrino smentirli,è fondata,con il calo demografico che minaccia la crescita.
 Il lavoro è il problema numero uno nella gerarchia delle priorità degli italiani, la prima questione di cui dovrebbe farsi carico l’agenda di governo. Secondo gli ultimi dati dell’Eurobarometro ‒ l’istituto incaricato di sondare periodicamente le opinioni pubbliche europee ‒ la disoccupazione preoccupa il 44% degli italiani, cioè il doppio rispetto alla media dei cittadini europei (21%). Al di fuori di ogni retorica e propaganda, nel nostro Paese la mancanza di lavoro, o di un impiego soddisfacente, assilla il doppio rispetto all’immigrazione (segnalata dal 22%), più di tre volte rispetto al tema delle pensioni (12%), cinque volte di più della criminalità (9%).

Crisi del lavoro: in Italia aumenta l’occupazione ma diminuiscono le ore lavorate

Come mai si raccolgono queste inquietudini proprio nel momento in cui il tasso di occupazione nel nostro Paese ha raggiunto una cifra da record? A prima vista potrebbe apparire come una percezione incoerente, visto che negli ultimi quattro anni il numero di occupati in Italia è tornato a crescere. Anzi, dopo un lungo periodo di flessione, alla fine del 2018 alla conta risultavano 321.000 occupati in più rispetto al 2007, l’ultimo anno prima dell’inizio della crisi, con un incremento dell’1,4% rispetto ad allora. Insomma, si può correttamente affermare che abbiamo recuperato tutti i posti di lavoro persi a causa della crisi e che l’impatto in termini occupazionali della lunga recessione è stato pienamente riassorbito.
Qualcuno ha esultato: «Non si vedevano questi numeri dal lontano 1977». Difficile risalire più indietro nel tempo, per la verità, perché l’Istat ha ricostruito la serie storica dei principali aggregati del mercato del lavoro proprio a partire da quell’anno. Ma, al di là della ovvietà di questa considerazione, la vera domanda è: se in questi anni si è creata così tanta occupazione, perché l’economia non cresce? Per il 2019 la crescita del Pil attesa oscilla tra lo 0,1% (come rimportato nella Nota di aggiornamento al Def) e lo 0,2% (come stimato dall’Istat e confermato dalla Commissione europea). Qualcosa non torna.
In realtà, la risposta è semplice. Il dato sugli occupati non si può leggere isolatamente. Infatti, in questi anni, mentre i lavoratori aumentavano, è crollato il numero delle ore lavorate. Nell’ultimo anno sono state 2,3 miliardi in meno nel confronto con il 2007: si sono ridotte del 5%. Da cosa è dipeso?

I veri dati sulla disoccupazione

Innanzitutto, non dobbiamo dimenticare che al momento ci sono ancora 160 tavoli aperti per crisi aziendali presso il Ministero dello sviluppo economico. E che nell’ultimo anno le ore di cassa integrazione sono state 216 milioni, ancora 32 milioni in più di dieci anni fa. Si noti che i cassintegrati formalmente un impiego ce l’hanno, quindi statisticamente ingrossano le file degli occupati: può sembrare un paradosso, ma è così.
In aggiunta, in questi anni si è verificata una crescita straordinaria degli impieghi part timeaumentati del 38% rispetto al 2007. Gli occupati che lavorano a tempo parziale sono 4,3 milioni. E ad aumentare in maniera ancora più rilevante è stato il part time involontario: +131% rispetto al 2007, ovvero 1,5 milioni di lavoratori in più da allora. Oggi due terzi delle persone con un impiego a tempo parziale ne vorrebbero uno a tempo pieno, ma non riescono a trovarlo.
Questa condizione riguarda in modo particolare i giovani. Da questo punto di vista, il lavoro è diventato uno dei principali generatori di disuguaglianze sociali. La tendenza descritta si è consolidata anche nel 2019: nel primo semestre dell’anno gli occupati totali sono aumentati dello 0,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, gli occupati con un lavoro part time del 2% e quelli con un part time involontario del 2,9%.
Tirando le somme di questa lunga carrellata di dati risulta che, poiché si è ridotto il numero medio di ore lavorate per addetto, le unità di lavoro a tempo pieno equivalenti sono diminuite del 3,8% rispetto al periodo pre-crisi: sono 959.000 in meno. Risultato? Cresce l’occupazione, è vero, ma non le retribuzioni, i redditi e il Pil. L’ottimismo, allora, va ricondotto a innocenti abbagli statistici oppure dalla propaganda politica. Perché, in realtà, c’è poco da essere contenti. Ecco perché il lavoro resta in cima alle preoccupazioni degli italiani.

Gli effetti economici del calo demografico

E per il futuro? Che cosa dobbiamo aspettarci? Una delle questioni che nei prossimi anni impatteranno maggiormente sul mercato del lavoro è senza alcun dubbio la radicale transizione demografica che stiamo vivendo. Pochi lo sottolineano, ma l’Italia è ormai da quattro anni in flessione demografica. La popolazione ha cominciato a diminuire dal 2015: non era mai accaduto prima nella nostra storia. Visto attraverso la lente degli indicatori demografici, il nostro appare un Paese sempre più invecchiato, con pochi giovani e pochissime nascite.
Un Paese rimpicciolito. Già, perché rispetto al 2015 la popolazione complessiva conta 436.000 cittadini in meno. È l’effetto del mancato ricambio generazionale: nell’ultimo anno sono nati solo 440.000 bambini ‒ il minimo storico da quando possediamo statistiche demografiche, ovvero l’anno 1861 ‒ e il saldo migratorio non compensa più il saldo naturale (nascite meno decessi).
Ma quello che è ancora più inquietante è lo scenario che dobbiamo attenderci di qui ai prossimi trent’anni. Secondo le proiezioni dell’Eurostat, nel 2050 la popolazione italiana sarà diminuita di 4,5 milioni di persone, scendendo dagli attuali 60,3 milioni a 55,8 milioni. È come se le due principali città italiane, Roma e Milano insieme, scomparissero. Le previsioni della divisione di statistica delle Nazioni Unite sono ancora più pesanti: ipotizzando minori flussi migratori, la riduzione attesa è di 6,2 milioni di persone.
Nelle scienze sociali ed economiche, le previsioni demografiche sono quelle più affidabili, perché si basano sul calcolo della riduzione del numero delle donne in età fertile, che si è notevolmente ridotto a causa della parabola di denatalità che abbiamo registrato negli ultimi anni. E non c’è bisogno di ricordare che una delle principali variabili correlate al peso economico e politico di un Paese sul piano internazionale è proprio il suo peso demografico. La domanda da porsi è: come questi cambiamenti influenzeranno il mondo del lavoro? Il punto è che la riduzione di popolazione si concentrerà nella fascia di età attiva 15-64 anni: 8,7 milioni di persone in età lavorativa in meno secondo l’Eurostat, 10,3 milioni in meno secondo le Nazioni Unite.
La piramide demografica completamente rovesciata e la riduzione della popolazione attiva si tradurrebbero in una forte contrazione dell’economia, con gravi implicazioni per la sostenibilità del nostro debito pubblico e della spesa sociale, sempre più necessaria in ragione dell’invecchiamento della popolazione in termini di sanità, assistenza, pensioni.

Le politiche per la genitorialità e le pari opportunità come chiave per il futuro

Sono prospettive davvero allarmanti: un annunciato shock demografico ed economico. Che fare, dunque?
Servono senza più esitazioni politiche di sostegno alla genitorialità ‒ un ambito in cui il nostro Paese non ha mai brillato ‒ con interventi drastici e strutturali. E serve una seria politica di programmazione dei flussi migratori in entrata, al di là dell’emergenza e della gestione della prima accoglienza. Ma c’è un ulteriore capitolo di interventi ispirato direttamente dalle previsioni demografiche. Sarà indispensabile portare a livelli di saturazione tutta la (poca) energia lavorativa disponibile, favorendo l’ingresso nel mondo del lavoro di chi ne è maggiormente escluso: i giovani e le donne.
Il tasso di disoccupazione giovanile in Italia è tra i più alti d’Europa e il tasso di attività femminile è semplicemente il più basso rispetto a tutti gli altri Paesi: oggi è al 56,2%, nettamente inferiore al 75,1% degli uomini. Le potenzialità sono perciò enormi. In questo caso servono misure per conciliare l’attività lavorativa con gli impegni familiari, di cui le donne si fanno carico in modo prevalente (cura dei figli, assistenza a persone anziane, faccende domestiche). Non solo bonus bebè e asili nido pubblici, ma anche e congedi parentali più generosi.
Al punto in cui siamo, non si tratta più solo di garantire pari opportunità nell’accesso al mercato del lavoro, di tipo generazionale (favorendo i giovani esclusi rispetto alle persone più avanti con l’età) e di genere (incoraggiando le donne ai margini rispetto agli uomini). Perché in gioco c’è il destino dell’intero Paese.
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martedì 23 ottobre 2018

Domanda di disoccupazione, rilascio DID anche dai patronati

<Domanda di disoccupazione, rilascio DID anche dai patronati e dai centri per l’impiego a partire dal 22 ottobre 2018. A comunicarlo è l’ANPAL>
I lavoratori ai fini della certificazione dello stato di disoccupazione potranno rivolgersi anche ai patronati convenzionati per l’inserimento della DID, la dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro.
L’inserimento della DID online è uno degli adempimenti fondamentali per l’avvio dello stato di disoccupazione.
L’obbligo di rilascio non riguarda, invece, i lavoratori che hanno fatto domanda di disoccupazione e percepiscono la Naspi o altre indennità di disoccupazione.
Domanda di disoccupazione, rilascio DID anche dai patronati
A partire dal 22 ottobre 2018 il rilascio della DID online può essere effettuato anche mediante il supporto di centri per l’impiego e patronati convenzionati. Tutte le indicazioni in merito sono state pubblicate sul sito dell’ANPAL, l’Agenzia Nazionale per le Politiche Attive del Lavoro.
La DID online determina l’avvio formale dello stato di disoccupazione per i lavoratori privi di impiego e quindi consente di accedere ai servizi per l’inserimento nel mercato del lavoro offerti dai centri per l’impiego.
La compilazione e il rilascio della DID online è seguita da un ulteriore obbligo per i lavoratori in disoccupazione, ovvero quello della sottoscrizione del patto di servizio personalizzato mediante il quale vengono definite le misure di politica attiva per il reinserimento nel mondo del lavoro.
Oltre alla compilazione e richiesta tramite i patronati e i centri per l’impiego, la DID online può essere compilata anche autonomamente accedendo al sito dell’ANPAL.
DID online: modalità di rilascio
Sono tre le modalità di rilascio della DID, la dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro:
  • tramite il sito dell’ANPAL;
  • tramite il sito dell’INPS;
  • dal 22 ottobre 2018 tramite patronati e centri per l’impiego.
La richiesta, come sopra anticipato, è uno degli step necessari per ottenere lo stato di disoccupazione, accanto alla sottoscrizione presso il Centro per l’Impiego del patto di servizio personalizzato, che definisce il percorso delle misure di politica attiva del lavoro per l’inserimento nel mercato del lavoro.
Il rilascio della DID Online è possibile non solo per chi è già disoccupato ma anche per i soggetti a rischio, cioè lavoratori e lavoratrici che hanno ricevuto comunicazione di licenziamento.
Chi beneficia di una prestazione di sostegno al reddito non deve inserire la DID sul portale Anpal, perché la presentazione all’Inps di una domanda di Naspi, di Dis-coll, o di indennità di mobilità equivale ad aver dichiarato la propria immediata disponibilità al lavoro presso i servizi per l’impiego.
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martedì 2 dicembre 2014

Disoccupazione e posto fisso in Italia: numeri a confronto

Da una parte aumentano le assunzioni a tempo indeterminato, dall'altra la disoccupazione raggiunge livelli record: i dati sul mercato del lavoro in Italia.

Dai primi dati rilevati dal Sistema informativo delle comunicazioni obbligatorie sull’avviamento di nuovi rapporti di lavoro dipendente e parasubordinato arrivano notizie confortanti: aumenta il lavoro a tempo indeterminato in Italia, con un totale di 400mila contratti di assunzione nel terzo trimestre pari al +7,1% su base annua. Male invece la disoccupazione: l’ISTAT rivela che il tasso di disoccupazione continua a salire e raggiunge i livelli record del 1977.

=> Annunci di Lavoro: le richieste delle aziende

Nuove assunzioni

Il maggior numero di assunzioni come dipendenti si è concentrato nei settori dell’industria e agricoltura, mentre sono diminuite nel settore servizi. Fa eccezione il settore dell’istruzione con oltre 17mila nuovi contratti a tempo indeterminato. In generale sono aumentati i rapporti di lavoro avviati: 2,474 milioni di contratti di lavoro da dipendente e parasubordinato, pari al +2,4% su base annua.

=> Riforma del Lavoro e Jobs Act 2014: le novità

Tra i nuovi contratti sottoscritti, quelli a tempo determinato rappresentano il 70% del totale, pari al +1,8% rispetto allo stesso periodo del 2013. In agricoltura questa tipologia di contratto ha riguardato circa 460mila nuovi rapporti di lavoro, pari al +10,6% sul 2013. Cresce anche il ricorso ai contratti di apprendistato, del +3,8%, rispetto al terzo trimestre dello scorso anno. Per il Ministero del Lavoro si tratta di dati che, in continuità con quelli del secondo trimestre, confermano l’efficacia del Decreto Legge Poletti 34/2014:
«Ha prodotto l’esito che era auspicabile cioè un incremento dei contratti a tempo indeterminato e dei contratti di apprendistato».

=> Riforma Lavoro 2014: il Decreto Poletti

Cessazioni

I rapporti di lavoro chiusi in questo periodo sono stati 2,415 milioni, pari al +0,9% rispetto al 2013 per effetto del maggior numero di contratti a tempo determinato cessati, pari al 65% del totale delle cessazioni. Per le altre tipologie contrattuali le cessazioni sono diminuite. Da segnalare, tra le cause di cessazione, l’aumento pari al +55% dei pensionamenti nel settore dell’istruzione. Calano invece del -3,3% ilicenziamenti, che rappresentano il 9% del totale di rapporti di lavoro cessati.

Disoccupazione

La nota dolente è rappresentata dalla disoccupazione che ha raggiunto a ottobre il livello record del 13,2%, secondo gli ultimi dati ISTAT, il peggiore dall’inizio delle serie storiche mensili. Il dato è aumentato dello 0,3% rispetto al mese precedente e del +1% su base annua. Da sottolineare che il tasso di disoccupazione giovanile (15-24enni) è salito al 43,3%.

lunedì 4 giugno 2012

Disoccupazione da record in Italia: nuovo primato ad aprile (10,2%) soprattutto tra i giovani. I dati ISTAT 2012 su occupazione, disoccupazione e inattivita
Fonte PMI

Disoccupazione in Italia:ad aprile tasso da record 10,2%
Nuovo allarme disoccupazione in Italia: l’ISTAT ha rilasciato i dati 2012 relativi all’ultimo trimestre e dell’ultimo mese, per nulla rosei.
La disoccupazione ad aprile ha raggiunto quota 10,2% (+0,1% su marzo e +2,2% sullo stesso mese del 2011) il dato più alto da gennaio 2004 ovvero da quando l’Istat ha dato il via alle analisi mensili.
Con riferimento al trimestre, il tasso di disoccupazione è arrivato al 10,9%, il dato più alto rilevato dal primo trimestre del 2000.
E l’allarme lavoro, ancora una volta, riguarda soprattutto i giovani 15-24enni: il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 35,2% (+7,9% sul 2011 ma in diminuzione del -0,8% su marzo). In pratica, più di un giovane su tre non ha occupazione e in tutto sono 611 mila quelli in cerca di impiego.

Gli occupati, invece, ad aprile erano 22.953 mila, un dato in flessione del -0,1% (-28 mila unità) su marzo, in particolar modo per quanto riguarda l’occupazione maschile, ma in crescita su base annua: +0,1% per un aumento di 23 mila unità.
In generale, il tasso di occupazione arriva a quota 57,0%, senza variazioni in termini congiunturali ma in aumento del +0,2% su base tendenziale.
Infine gli inattivi di età compresa tra i 15 e i 64 anni diminuiscono scendono a -0,1% tra marzo e aprile, mentre il tasso di inattività in questo intervallo rimane invariato al 36,6%.